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La "dolce morte": viaggi della disperazione o della consapevolezza?

REGGIO EMILIA.A chi appartiene la nostra vita?”. Di questo si è parlato ai Chiostri della Ghiara in un incontro promosso da Giornate della laicità ed Exit Italia, in vista della calendarizzazione alla Camera dei deputati, a marzo, della proposta di legge di iniziativa popolare su testamento biologico ed eutanasia.

Giorgio Salsi ideatore delle Giornate della laicità

Fra gli intervenuti Giorgio Salsi, direttore delle Giornate della laicità, Emilio Coveri, presidente di Exit Italia e Michele de Luca, direttore del Centro di Medicina rigenerativa dell’Unimore e co-presidente dell’associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica. E’ stata questa l’occasione per affrontare un argomento assolutamente delicato. Che ha a che fare con la bioetica ma anche con il proprio vissuto personale, con il senso che ognuno di noi riesce a dare alla propria vita ma anche alla sofferenza e al dolore che su quella stessa vita incombono.

Si chiede con forza una legge su testamento biologico

Almeno una decina i reggiani che hanno deciso di dire basta alle proprie sofferenze scegliendo la “dolce morte”: un viaggio in Svizzera, dove il suicidio assistito è legale, per mettere in pratica la loro scelta. Per non essere più un peso per gli altri. In nome di una morte dignitosa.

A raccontarlo in
un’intervista è Emilio Coveri fondatore e presidente di Exit Italia
, l’associazione nata diciannove anni fa per informare quanti sono intenzionati ad andare in Svizzera per trovare la “dolce morte”.  Per Coveri i viaggi in Canton Ticino non sono viaggi della disperazione quanto della consapevolezza. Anche perché ci sono regole precise da seguire e delle norme dalle quali non è possibile prescindere.

A raccontare come avviene la “dolce morte” è, per così dire, un testimone oculare. Una persona che ha accompagnato un amico malato di Sla deciso a mettere fine alla propria vita a Zurigo, grazie al suicidio assistito.


Un racconto commovente e toccante
,
nel quale i piccoli particolari ci parlano di un cammino non facile e ancor meno banale. Il cammino di un malato che ha scelto consapevolmente di dire basta a una vita che gli avrebbe offerto, da lì in poi, solo dolore e sofferenza. Un bicchierino di plastica, dentro due dita di liquido trasparente: pochi secondi per ingoiare quella pozione letale, cinque minuti per addormentarsi per sempre.

Ma sono in tanti a pensare che l’eutanasia piuttosto che il suicidio assistito non siano “la soluzione”. Anzi, sono convinti che nessun paziente sceglierebbe di morire se non fose lasciato solo, se non si sentisse abbandonato, se fosse “accompagnato”.

L’hospice Madonna dell’Uliveto

 “Accompagnamento” è la parola più usata, insieme a “umanità”, dal dottor Ivano Argentini, cardiologo all’ospedale San Sebastiano di Correggio e responsabile dell’Ufficio diocesano di pastorale della salute. “Chi parla di diritto alla morte –
spiega il dottor Argentini in un’intervista
schierandosi con forza contro quelli che lui descrive come portatori di nichilismo – vuole liberarsi dai sensi di colpa”.

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