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Michela Pascali, poliziotta lesbica a capo del Silp Cgil: "Italia arretrata sui diritti Lgbt, ma la mia elezione è un segnale"

Michela Pascali risponde scusandosi. “Non è facile trovare il mio telefono libero, sono giorni un po’ convulsi”, dice in un soffio. La sua elezione nella segreteria nazionale del Silp Cgil, uno dei più numerosi sindacati della polizia, ha sollevato un “clamore frastornante e inaspettato”. Così lo ha definito in un post su Facebook che somiglia a una dichiarazione di intenti. Sin dal titolo, la domanda: “È ancora una notizia ma presto non lo sarà più?”.

Quarantasei anni tra qualche giorno, nata a Lecce – “orgogliosamente salentina”, sorride – assistente tecnico capo alla Questura di Firenza, Pascali è la prima poliziotta lesbica ai vertici di un sindacato delle forze di polizia. “L’obiettivo del nostro sindacato è tutelare la dignità di tutti i lavoratori della polizia di Stato – spiega ad HuffPost – è chiaro, sono consapevole del valore simbolico e politico che la mia persona riflette ed è ovvio che le tematiche Lgbt faranno parte della mia attività”. Questioni che conosce bene anche da attivista. Quasi quattro anni fa si è iscritta all’associazione “Polis aperta”, che riunisce persone Lgbt appartenenti a forze armate e forze dell’ordine, oggi ne è vicepresidente. “Continuerò a portare avanti il mio impegno – assicura – è un filone diverso dal sindacato, non mollo di un centimetro su nessuno dei due fronti”.

Questione di determinazione, soprattutto di energia positiva, spiega lei. La sua deriva dalla famiglia – i due figli, di 17 e 14 anni, e l’ex marito, i genitori e le sorelle e Benedetta, al suo fianco da dieci anni – e dall’Arte della guerra del generale e filosofo cinese Sun Tzu. “A dispetto del titolo è un inno alla pace – scandisce Pascali – sono appassionata di filosofie orientali e quel testo mi anima e mi guida. Sa, i guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra, gli sconfitti prima vanno in guerra e poi cercano di vincere”.

La sua nuova battaglia è appena iniziata. Perché, secondo lei, tanto clamore?

Culturalmente l’Italia è indietro sul tema dei diritti Lgbt. L’attenzione, la curiosità che si sono registrate confermano che la mia elezione, in un ambiente come quello della polizia tradizionalmente ritenuto omofobo, rappresenta una presa di posizione netta, è un segnale di cambiamento.

Su Facebook ha scritto: “Vorrei tanto si sottolineassero le mie competenze”

Sono in polizia da vent’anni, conosco bene le difficoltà che si vivono e vorrei impegnarmi per tutti i lavoratori. Abbiamo già chiare le priorità.

Quali sono?

Bisogna lavorare sul disagio mirando al benessere psicofisico dei poliziotti, che svolgono un lavoro altamente usurante. E poi siamo pochi, la polizia italiana è la più vecchia d’Europa, con stipendi ridotti, senza contratto, senza ricambio.

Il ministro dell’interno, Salvini, ha promesso l’assunzione di migliaia di agenti.

Ammesso pure che dagli annunci si passi ai fatti, non basteranno. Non c’è, nella polizia italiana, un turn over tale da garantire una piena efficienza.

Non le saranno sfuggite le polemiche sulla scelta di Salvini a indossare le divise di polizia e vigili del fuoco. Che ne pensa?

A mio avviso, al di là del valore simbolico della scelta, conta quello che fa o meglio che non fa. Non a caso il nostro segretario generale Daniele Tissone, qualche giorno fa, ha rivolto a Salvini il messaggio “Sotto la felpa niente signor ministro!”.

Torniamo alla battaglia per risolvere le difficoltà che vive la Polizia di Stato. Ha in mente qualche soluzione, un punto di avvio di una exit strategy?

Se non avessi un minimo le idee chiare sul da farsi non avrei accettato l’incarico. Ma il lavoro deve essere collegiale, nel Silp non amiamo gli individualismi. Oggi ci riuniamo per gettare le basi del lavoro da avviare.

A giugno scorso si è vista negare dalla Questura di Firenze la possibilità di partecipare in divisa alla riunione a Parigi dell’European Glbt Police Association, che riunisce le associazioni impegnate in sedici Paesi nella lotta per il riconoscimento dei diritti Lgbt tra forze armate e di polizia. Il Dipartimento, poi, le aveva dato il permesso, purché partecipasse fuori dal servizio. Alla fine, a Parigi, è andata o no? E con o senza divisa?

Sono andata, ho preso un congedo, senza divisa. Le motivazioni del diniego non mi sono ancora del tutto chiare, ma non credo sia solo omofobia. Penso sia fondamentale impegnarsi anche per istituire buone prassi rispetto all’organizzazione e alla partecipazione ad eventi del genere, che non sono passerelle. Indossare la divisa non era un mio capriccio, significava tutelare ancora di più la dignità dell’intero corpo di polizia.

Quella vicenda le è valso un attacco da parte del deputato leghista Gianni Tonelli, anche lui poliziotto e sindacalista.

Preferisco non commentare. Neanche allora l’ho fatto, gli scontri mediatici non mi interessano, ma ho querelato chi doveva essere querelato.

Su Facebook ha scritto “Abbiamo la stessa dignità, qualunque sia il colore della nostra pelle, l’orientamento sessuale”. C’è ancora bisogno di sottolinearlo?

Assolutamente sì. Oggi “uguaglianza” passa per “conformismo” e invece sta nel nostro essere uguali nella dignità, ciascuno con le proprie differenze. E quindi è necessario ribadire il concetto. La strada da fare è lunga.

A proposito dell’impegno nel sindacato, ha auspicato che la sua elezione “possa aiutare tanti colleghi a fare coming out”. Perché è così difficile farlo?

Tendenzialmente è un ambiente machista, sessista, dove può incontrare diffidenza anche un uomo che, al di là del suo orientamento sessuale, manifesti una qualche fragilità. Poi, certo, ci sono colleghi e funzionari di grande sensibilità, quel che accade nelle caserme è proiezione della vita reale. Credo che resistenze e diffidenze siano in gran parte frutto di ignoranza culturale, che esiste nella polizia, nelle forze armate, nella società. Infatti la battaglia da portare avanti è culturale e la mia elezione è una scelta innanzitutto culturale.

Nei suoi vent’anni in polizia ha mai subìto comportamenti omofobi?

Sì, soprattutto da parte di colleghe non dichiarate ma omosessuali. Essere accostate a me scatenava in loro reazioni pesanti, forse scaturite dalla paura.

Cosa vorrebbe dire a un poliziotto gay o a una poliziotta lesbica che vivono il loro orientamento sessuale nella paura e nel silenzio?

Di ascoltarsi, non colpevolizzarsi, rispettare anche la paura. Se hanno bisogno di noi, siamo pronti a supportarli. La mia scelta, la mia stessa esistenza testimoniano quanto si possa vivere bene liberando sé stessi.

Non teme, ora che è più esposta, di essere trasformata in una sorta di fenomeno da baraccone e che gli attacchi omofobi aumentino?

Non ho paura di essere trasformata in un feticcio perché conosco la mission che ci siamo dati come Silp e lavorerò con impegno, gioia e sincerità per ottenere tutele per tutti i lavoratori. Quanto all’eventualità di nuove aggressioni, io i miei muri li abbatto da sempre. Continuerò a battermi perché possano farlo tutti.

Per la tutela dei poliziotti omosessuali da dove partirà la sua battaglia?

Ancora non tutte le Questure concedono il congedo straordinario, previsto per il matrimonio tra poliziotti eterosessuali, per gli agenti che si uniscono civilmente. Ecco, basta aggiungere una dicitura per far sì che tanti possano vivere più serenamente. La battaglia è fatta di piccoli passi. Tappa dopo tappa si definisce il percorso per assicurare, con regole chiare e precise, il rispetto della pari dignità di tutti.

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