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Non solo hamburger: se volete salvare il pianeta, mettete meno avocado sui vostri toast

Non solo hamburger: se volete salvare il pianeta, mettete meno avocado sui vostri toast

In seconda posizione, tra le verdure con maggiore impatto, ci sono i pomodori: consumandone uno, dalle tre alle cinque volte a settimana, in un anno produciamo 34 chilogrammi di emissioni, pari a 143 chilometri percorsi in macchina, con un fabbisogno di acqua pari a 94 docce di otto minuti. Peggio ancora per le sempre più diffuse bacche salutiste: le docce equivalenti sono 107, pari a 6.982 litri d’acqua consumati. Senza dimenticare, i danni che monocolture crescenti come la quinoa, gli anacardi o la soia stanno provocando in alcune parti del pianeta. Che spesso sono anche le più povere.

Cibo salutare non vuol dire, insomma, che lo sia anche per la salute dell’ambiente. Persino l’innocuo tofu, alla base dell’alimentazione di molti vegani e vegetariani, ha la sua impronta di carbonio, maggiore rispetto ai legumi. Consumandone 100 grammi per una o due volte a settimana, alla fine dell’anno avremo prodotto 12 chilogrammi di emissioni di gas serra. Certo, bisogna precisare, sempre molto meno delle bistecche di carne e del pesce. Consumare un hamburger di manzo uno o due volte a settimana per un anno produce 604 chili di emissioni totali, pari a quelle prodotte da un volo da Londra o a Malaga. Nel caso del pesce, invece, le emissioni prodotte in un anno equivalgono a 146 chilogrammi. Senza dimenticare il latte: un bicchiere al giorno a colazione a fine anno ha un impatto di 230 chilogrammi di emissioni. Il latte di soia, per fare un confronto, ne produce meno di un terzo.

Se i carnivori, quindi, hanno le maggiori colpe da espiare in termini di cambiamento climatico, vegani e vegetariani non ne sono esenti. Forse anche per questo, la carta DoBlack, oltre a dirci quanto inquiniamo, ci informa anche sui progetti di compensazione climatica certificati dall’Onu a cui si può aderire. Uno strumento simile, era stato messo a punto l’anno scorso dalla catena americana di gelati Ben Jerry’s, che aveva lanciato in alcuni negozi un sistema per consentire ai clienti di compensare il costo del carbonio di ciascun cono. Per ciascuna vaschetta, il calcolo delle emissioni prodotte dagli ingredienti, dalla produzione al trasporto fino alla vendita, era di 0,9 di carbonio, circa l’equivalente di un’automobile che percorre 3,2 chilometri.

Un po’ come fanno oggi molte compagnie aeree, consapevoli dell’inquinamento prodotto dai loro voli, offrendo ai passeggeri la possibilità di pagare un extra per coprire le emissioni di carbonio. Un sistema che, però, ha i suoi limiti. Non ultimo, il fatto che la gente si sente meno in colpa per azioni che danneggiano comunque il pianeta e contribuiscono al cambiamento climatico. Per chi davvero voglia contribuire a combattere il surriscaldamento globale, basta prendere il treno. O mangiare qualche avocado o gelato in meno.

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