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Partorisce a 62 anni e tutti ci sentiamo in diritto di giudicarla

Partorisce a 62 anni e tutti ci sentiamo in diritto di giudicarla

Spesso le hanno chiamate mamme-nonne e non possono non venire in mente Severino Antinori e i tanti titoli dedicati al controverso e un po’ mitomane ginecologo. È successo ancora una volta ieri a Roma. Una donna di 62 anni ha partorito grazie all’impianto di un embrione prodotto da un ovocita di un’altra donna e dal seme di un donatore.
Potremmo cominciare da qui e dalle ossessioni genetiche, anche se la genitorialità non dovrebbe coincidere con i legami di sangue. Potremmo cominciare distinguendo le obiezioni riguardanti gli eventuali danni da quelle determinate dal gusto (più spesso dal disgusto) personale. Ovvero, il nato è o sarà danneggiato dal nascere in queste circostanze? E noi cosa faremmo?

Le tecniche riproduttive sono abbastanza sicure da essere equiparabili alla riproduzione naturale. E questo dal 1978, cioè l’anno in cui è nata Louise Brown. Non ci sono ragioni valide per sospettare che questo neonato sia stato danneggiato dal modo in cui è stato concepito e fatto sviluppare fino alla nascita.

Rimangono tutte le altre scandalizzate accuse moraliste e le obiezioni più o meno fallaci.
Ogni volta sono le stesse.

L’egoismo, che in casi del genere ha la forma: “hai 62 anni, sei troppo vecchia per avere un figlio; non potrai correre dietro a un ragazzino scatenato quando avrai 65 anni e, anche nella migliore prospettiva, tuo figlio rimarrà orfano molto giovane”.
Chi sceglie la via sintetica dirà “sono i limiti della natura!” puntando il dito e aggrottando la fronte.

La nostra esistenza, però, è un continuo sforzo contro la natura, quindi non ce la possiamo cavare illudendoci che “natura” coincida con buono e giusto (e possibilmente confermato dalle leggi). Se serve un esempio, tutta la medicina è “contro natura”, tuttavia non ci verrebbe mai in mente di parteggiare per le naturalissime malattie.

È vero che mediamente siamo più energici a 30 anni che a 60, ma sarebbe opportuno considerare anche altri aspetti se vogliamo provare a valutare il profilo genitoriale di qualcuno. Provate poi a domandarvi se la reazione “ma è troppo vecchia per fare un figlio, vergogna!” varrebbe anche se stessimo parlando di un uomo.
Inoltre la scarsa prestanza fisica e la previsione di 20-25 anni di sopravvivenza (e dunque di accudimento genitoriale) dovute all’età sollevano altre questioni. La prima riguarda l’indefinito slittamento della autonomia filiale. Ormai siamo giovani a 40 anni, quindi a 18 o a 20 siamo retrocessi all’adolescenza.
Poi ci sono molti genitori diventati tali anche in circostanze fisicamente limitanti: malattie, disabilità, dipendenze. Dovremmo condannare anche loro se la madre 62enne ci scandalizza.

E dovremmo aggiungere le professioni molto pericolose. Rimarrà orfano con più probabilità il figlio di una ultrasessantenne con una vita piuttosto sicura o quello di un pompiere o di uno stuntman?
Lo scandalo provocato dall’assenza di un marito (o di un compagno – o comunque di un padre per il proprio figlio) non è ovviamente esclusivo di questo caso. Senza ricorrere alle tecniche riproduttive si può rimanere incinte e portare avanti una gravidanza (la variabile età non dovrebbe essere così rilevante, a meno che non si voglia sostenere la precaria opinione che se sei genitore singolo a 30 anni va bene, a 60 no, ricadendo così nella fallacia “troppo vecchia per fare un figlio”). In altre parole, il fatto di essere un unico genitore non ci dovrebbe autorizzare a nessuna inferenza e a nessun giudizio sul futuro sfortunato e disgraziato del figlio – anche perché non sappiamo niente del contesto affettivo e parentale in cui quel bambino vivrà.

Il miglior interesse di qualcun alto è in generale un rompicapo, soprattutto se quel qualcuno è un minore. È già difficile determinarlo a posteriori, cioè nel tentativo di valutare se le capacità genitoriali hanno fallito o se ci sono stati danni o abusi tali da giustificare una restrizione o una sospensione della potestà genitoriale. Se a questa difficoltà aggiungiamo la pretesa di una specie di precrimine – potrà una persona di 62 anni essere un buon genitore? – la risposta diventerà impossibile e a volte spaventosa.

La legge 40 in Italia vieta l’accesso ai singoli alle tecniche riproduttive e stabilisce dei limiti di età, seppure vaghi: “possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi” (articolo 5, comma 1).
Ma la natura non impedirebbe a un 62enne di avere un rapporto sessuale “potenzialmente fertile“ e di avere un figlio con una donna naturalmente ancora fertile. Se quella donna non vuole il figlio e glielo lascia, le nostre reazioni sarebbero le stesse?
E ancora, siamo sicuri che intervenire con restrizioni, divieti e condanne morali sia sempre nel miglior interesse del minore?

Insomma, io non lo so come sarà la vita del figlio di questa 62enne, ma non so nemmeno come sarà quella di un figlio di una “famiglia normale” o aderente al modello di moda del momento. E chi pretende di saperlo e di condannare moralmente la prima pecca di presunzione e nasconde i propri pregiudizi e le propri ridicole certezze dietro alla scusa di voler proteggere i figli.

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