sabato , febbraio 16 2019
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Tutti per Manuel, che dà l'esempio vivendo il dolore nella serenità e contro la grande bruttezza capitale

Tutti per Manuel, che dà l’esempio vivendo il dolore nella serenità e contro la grande bruttezza capitale

Nella città della grande bellezza sono giorni di grande bruttezza. La vicenda drammatica di Manuel Bortuzzo ci sta insegnando tante cose: non bisogna darla vinta ai criminali che sorridono dopo aver ferito in modo fatale, costringendolo alla paralisi, un giovane talento che aveva scelto Ostia per inseguire il suo sogno di diventare campione. Non sappiamo se la pena che infliggeranno a quei due sarà lieve (almeno una decina d’anni si parla per queste accuse di tentato omicidio premeditato e aggravanti) o come dice il ministro Salvini dovranno marcire in carcere; sappiamo che hanno stroncato la speranza di un ragazzo che sta reagendo bene e sta dando una lezione di serenità disarmante: lui che fa coraggio ai genitori. Pazzesco, se ci pensate. Questo fine settimana, anzi da oggi ad esempio a Torino, con la M disegnata sulle braccia, i nuotatori italiani dovranno portare un po’ di pensieri solidali in acqua: dovranno semplicemente nuotare per Manuel che non potrà più farlo da sabato.

Lo sport può aiutare a rendere migliore una società. Prendiamo a prestito una testimonianza di Mario Franchi, allenatore sempre sensibile al sociale e con alle spalle anche un libro, pubblicata su Vanity Fair, argomento proprio i giovani con le loro aspirazioni. “La performance – scrive Franchi – di ogni atleta durante tutta la fase adolescenziale dipende dall’equilibrio instaurato dalla triade atleta-allenatoregenitore. In linea generale il principio garantito è che qualora l’allenatore cerchi di sostituirsi al genitore, prima o poi sarà disconosciuto dall’atleta. Ma anche nel caso in cui il genitore cerchi di sostituirsi all’allenatore, l’unico che subirà negativamente la situazione creata sarà l’atleta, perché perderà i riferimenti. Era l’allenatore di Mark Spitz (7 medaglie d’oro nel 1972 ai Giochi Olimpici di Monaco) che diceva «il migliore atleta è quello orfano»: secondo James E. Counsilman il ruolo del genitore di un figlio atleta non è mai stato semplice. Negli anni 70 però era abbastanza semplice differenziare nettamente i ruoli di genitori e allenatori: l’assenza dei social media e un rispetto delle parti nel sociale molto più significativo di oggi, limitavano il raggio di intromissione da parte dei genitori nel rapporto tecnico atleta/allenatore. Oggi è necessaria una chiarezza d’intenti condivisa dalle parti all’inizio di un percorso di collaborazione sportiva che mira al benessere ed alla crescita dell’atleta. Per accompagnare il proprio figlio durante la crescita sportiva in modo efficiente il genitore deve innanzitutto conoscere e condividere la filosofia dell’allenatore. È anche fondamentale sviluppare, verso il proprio figlio, la cosiddetta funzione termostatica ovvero nei momenti di abbattimento emotivo fargli notare la grandezza e la bellezza della vita per raggiungere i propri obiettivi, mentre nei momenti di esaltazione dell’ego far notare la normalità della sua prestazione, riconducendolo al giusto e necessario bilanciamento. Nella pratica, tutto il tempo dedicato dall’atleta a vivere l’estremo delle propri emozioni, allunga il periodo necessario allo sviluppo delle potenzialità. Il genitore dovrà, inoltre imparare a sfilarsi dal concetto che il giovane atleta matura in fretta grazie al fatto che prima di iniziare un percorso sportivo è stato “temprato” tra le mura di casa e che le emozioni condivise dal genitore dipendano dalla prestazione sportiva. Imparare a far capire al figlio atleta che lo sport è «affar suo», anche per esempio evitando di chiedere costantemente e compulsivamente dopo l’allenamento o gara o partita «come è andato oggi l’allenamento?».

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L’unico concetto che l’atleta deve assimilare è che «i miei genitori mi amano e mi stanno vicini indipendentemente dal risultato che io raggiungo nel mio sport». Tanto più il genitore imparerà a far sentire libero e indipendente il proprio figlio nel gestire lo sport prescelto tanto più lo stesso figlio, in ogni momento in cui ne avrà bisogno, cercherà il genitore chiedendo supporto o aiuto, facendogli il migliore dei regali, quello di essere scelto. Al termine del percorso di vita all’ombra dei genitori, i ragazzi si trovano ad affrontare alcune prove necessarie per raggiungere i propri obiettivi, sia in campo professionale che in campo relazionale. In ogni contesto i giovani saranno valutati per il loro linguaggio verbale, che comprende il tono di voce, la capacità di parlare con le giuste pause e la giusta velocità, il senso e la correttezza di ogni cosa detta; per il linguaggio non verbale, ovvero la postura, l’atteggiamento di braccia e gambe, lo sguardo, l’armonia delle forme del corpo, il modo di sorridere e, infine, per la capacità di risolvere i problemi che troveranno nel corso della vita. Per sviluppare tutte queste abilità, a supporto di un buon piano formativo di studi negli anni, esiste un modo di vivere parte della giornata che non ha eguali: la pratica di uno sport agonistico. Ma in che modo una disciplina agonistica è di aiuto in questo percorso? Innanzitutto agevolando lo sviluppo della propriocezione, ovvero della capacità di riconoscere gli stimoli ricevuti dall’apparato muscolare, tendineo, osteo-articolare, neurale, che si affina attraverso un corretto percorso di apprendimento sportivo, e che permetterà ai ragazzi di riconoscere la postura del corpo, l’espressività del volto e la modalità di utilizzare lo sguardo. Lo sviluppo della coordinazione oculo manuale, invece, permetterà ai ragazzi di sviluppare movenze aggraziate. Durante il percorso sportivo si rafforza anche la capacità di concentrarsi su un obiettivo preciso e questo sarà di grande aiuto per essere più performanti in tutte le situazioni quotidiane, che spaziano dallo studio, al lavoro, fino al tempo libero. Questa capacità va in forte contrasto con l’alta distrazione che se ne ricava dall’uso massiccio di smartphone.

Ma non è tutto, perché la pratica agonistica sviluppa la capacità di accettare gli errori, che sarà di aiuto ai ragazzi per superare le difficoltà, anche quelle di tutti i giorni; prepara alla rinuncia, utile per porsi nella maniera migliore di fronte a ogni interlocutore; insegna a come si debba essere equilibrati e rispettosi verso il proprio corpo, in termini di usura o mantenimento grazie all’alimentazione e alla postura, che consentirà di vivere più a lungo e in completa armonia con il corpo. Insomma, si può vivere anche senza praticare un sano sport agonistico, dove per sano si intende il rispetto delle regole fisiche, chimiche e psicologiche dello sviluppo dell’individuo, ma poter praticare uno sport agonistico durante tutta la prima parte della propria vita è una fortuna”.

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